STORIA DEL DIABETE - Il diabete mellito

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Nel 1674, Thomas Willis (1621-1675)), Regius Professor a Oxford, in "Pharmaceutice Rationalis" (frontespizio a destra), riporta per primo il sapore dolce dell'urina diabetica. E' la riscoperta - dopo secoli di silenzio - di quanto l'antica medicina indiana aveva trovato e tramandato in Oriente e non oltre.

Willis racconta (traduzione dal latino di P.L. Barbero): "... L'urina in tutti i diabetici che mi toccò di conoscere (ma credo proprio in tutti quanti), pur differendo moltissimo sia dalla bevanda ingerita sia dall'umore che di solito è generato nel nostro corpo, era sorprendentemente dolce come se fosse miscelata con miele o con zucchero".  

 

Da allora, a poco a poco, si affermerà il termine diabete mellito o anglico. Il Willis attribuisce il gusto dolce dell'urina a una inconsueta miscelazione nel sangue di diversi sali sulfurei, per cui esso non è salso come di solito. Ritiene perciò “che il diabete sia una malattia del sangue piuttosto che dei reni, e che di là tragga la sua origine, allorquando la massa sanguigna perde di consistenza e si scioglie in troppo liquida sierosità: ciò che si evince facilmente dalla quantità di urina enormemente accresciuta, la quale deriva dalla liquefazione e dall'esaurimento del sangue. Per questo motivo parimenti il sangue residuo, mentre scompare quasi del tutto la sua componente sierosa, diventa molto più denso e quasi sul punto di coagulare, come si potrà desumere dal polso accelerato e faticoso. Tuttavia sembra difficile spiegare perché le urine dei malati sono così dolci e hanno sapore come il miele, mentre, al contrario, se secondo la nostra ipotesi la diluizione del sangue e la grande emissione di urina avvengono a causa della combinazione dei sali, questo liquido (l'urina) in tale soluzione dovrebbe essere salso piuttosto che dolce. A questo punto quindi bisogna ammettere che l'urina è privata del sapore salato poiché parecchi sali di diversa natura si miscelano in essa".  
 
Deve essere in causa, dunque, un sale particolare. Magari quello che Paracelso (Fig.1), coraggioso dissacratore di Galeno e di Avicenna a Basel, aveva ottenuto mediante ebollizione ed evaporazione dell'urina diabetica e che aveva anche misteriosamente chiamato "Dulcedo": esso avrebbe aderito in forma di cristalli ai reni, come il tartaro alla botte del vino. Lo stesso precipitato biancastro aveva raccolto Gerolamo Cardano (1501-1576), astronomo-astrologo, naturalista, filosofo-medico, giocatore di dadi e soprattutto matematico-inventore (il giunto cardanico). Tra parentesi, la autobiografia di Cardano ("De propria vita", pubblicata nel 1643), è un appassionante romanzo di avventure cinquecentesche, proprio come quelle dell'aureolato Paracelso, errante povero per l'Europa. Di Paracelso, tra l'altro, ci piace immaginare che il suo segreto" laudano", buono per l'idropisia e il mal caduco, sia stato somministrato anche a un diabetico di Colmar (Franz di Meissen).  
Fig.1. Paracelso, quarantasettenne in questa edizione del "De vita longa", fu - in un certo senso - un anticipatore del diabete mellito di Willis
Tornando a Willis, egli ci ragguaglia anche dei suoi risultati terapeutici su di un “conte illustrissimo, di alti natali e di insigni doti morali". Erano state ordinate le consuete prescrizioni a base di gomma arabica e tragacanto. "La dieta consisteva soltanto in latte, che il conte assumeva più volte al giorno, ora crudo, ora diluito in acqua distillata o in acqua di orzo, ora bollito con pane bianco o con orzo. E migliorava giorno per giorno con l'impiego di questi alimenti, sicché in pochi mesi sembrava quasi guarito: quando cominciò a riacquistare le forze, una urina senza più sapore dolce non superava di molto la quantità delle bevande assunte, poi una urina senza alcun sapore fu eliminata in quantità minore a quella dei liquidi ingeriti. Infine, così rinvigorito, il conte tornava alla precedente dieta".  

Ma - a vent'anni dalla morte - il Villisio è criticato e non da tutti rispettato. Martin Lister (1638-1711), medico della regina Anna, dichiara, ad esempio, nelle sue "Octo exercitationes medicinales" (1697) (Fig.2), "decisamente sospetta" la urinae dulcedo, dal momento che gli Antichi non ne hanno mai parlato; e chiama "merae fabulae " le spiegazioni date da Willis.

Patetico il tentativo di mettere d'accordo Galeno con Willis del parmense Pompeo Sacco (1634-1718): l'urina è "dolce sebbene contenga parti saline". D'altra parte, Thomas Sydenham (1624-1689), l'Ippocrate inglese, che riferiva il diabete a un disturbo della chilificazione digestiva, trova la sostanza mielata nell'urina di molti suoi pazienti. E "mellitissimus " è il forbito accademico complimento che Michael Ettmueller (1644-1690) di Lipsia, rivolge a Johannes Dolaeus (1634-1707) nel dedicargli (1680) la sua grande opera. Egli accenna a un diabete nothus ("Le urine sono dolci e mellite ") e a un diabete verus (mancano questi segni).

Lazare Rivière (1589-1655), il Riverio, riteneva comunque disdicevole alla dignità dei medici l'assaggio dell'urina.

Passa anche la grande stagione degli anatomici, senza alcun chiarimento: Giovan Battista Morgagni (1682-1771) dichiara candidamente di non aver mai praticato una necroscopia di diabetico.  

Fig.2. Un oppositore di Willis in tema di urina dolce. Non a caso le prime due Exercitationes riguardano, di seguito, l'idrope e il diabete: "superabundans aqua peccat" in entrambi i casi. Per restare in argomento, Lister fa subito seguire una terza Exercitatio sulla idrofobia, nella quale sete e terrore dell'acqua si associano dopo il morso di cane rabbiosa.