STORIA DEL DIABETE - Oltre il rinascimento

Indice Storia

 

 

 

 

 

Attraverso il Rinascimento delle arti e delle lettere, e fino a tutto il Seicento, le opere a stampa dei medici dedicano al diabete capitoli più o meno estesi. Ma si tratta essenzialmente di interminabili e vuote dispute sulla natura del diabete, pro o contro la venerata teoria di Galeno (Fig.1), sempre imperante: essere cioè il diabete dovuto a una debolezza della facoltà ritentrice dei reni.

Così ad esempio, Sebastiano Pissini (1580-1655), patrizio e medico lucchese, nella sua monografia "De Diabete Dissertatio" (Fig.2) (traduzione di Pier Luigi Barbero): "Perché per provocare una debolezza di questo genere non si richiede una oligocronia, cioè una sregolatezza di breve durata; a meno che dipenda da una causa violenta e particolarmente maligna, per la quale non solo la giusta mescolanza delle parti viene demolita rapidamente e in modo totale, ma anche la sostanza stessa degli organi è corrotta; allora infatti la natura languisce, privata del calore e dell'aria, ormai vinta da una qualche facoltà". 

Fig.1 - Galeno di Pergamo in onorifici panni rinascimentali.

 

Fig.2 -La prima monografia dedicata al diabete, oltre che erudita, divulgativa. Il Pissini fu anche buon poeta latino, secondo la moda del tempo.

Il Pissini confuta, a questo riguardo, l'opinione di Guido Guidi o Vidus Vidius (?- 1569), che pensava a una origine del diabete da "una esasperazione della facoltà espulsoria dei singoli organi". Il Guidi, medico diletto di Francesco I, visse a Parigi con Benvenuto Cellini (1500-1571) i fasti del Rinascimento galante, prima di essere chiamato a Pisa da Cosimo de' Medici. 

Tra gli autori citati dal Pissini, Donato Antonio Altomari (1502-1562) a Gerolamo Capivaccio (1510-1589): questi riteneva che le urine si formassero nel fegato.
Le speculazioni sulla copiosa urina dei diabetici vertono unicamente sul quesito se l'acqua ingerita ("aqua potus") subisca o no modificazioni nel passaggio attraverso il corpo. Talché il veneziano Vittore Trincavelli (1476-1568) così scrive di un suo illustre paziente: "
Si giunse al punto che tanta acqua beveva, in forma di bevanda giulebbata - e ne beveva invero moltissima - tanta urina faceva; e senza che questa subisse alcuna trasmutazione né nel colore, né nell'odore e nemmeno nel sapore: ché i famigliari la assaggiarono spesso". E' chiaro che il sapore giulebbato dell'urina fu semplicemente ritenuto prova della immodificazione delle bevande dolcificate prescritte. 
In compenso, tutti gli autori - superata la discordia fondamentale se debba farsi ricorso a rimedi caldi o freddi a seconda del temperamento - infieriscono sui loro disgraziati diabetici con ogni sorta di cure, dettate da incrollabili convinzioni personali, a lor volta radicate nelle opinioni degli antichi. Dal salasso ai purganti e ai vomitavi, dagli astringenti ("
Somministriamo ai diabetici ghiande, castagne, corteccia del sughero": dice il Pissini) alle mucillagini, dai lenitivi (cannella, manna, tamarindo, liquirizia, corteccia di sambuco, foglie di ginestra, giaggiolo e cavolo marino, ecc. ecc.) ai vini generosi (ottimi quelli del Reno), ai bagni e alle terme. Rimedio sovrano, anche per i due secoli seguenti, l'oppio. 

L'esito, naturalmente è infausto per i casi di diabete oggi chiamato di tipo 1. Cosi, con rammarico, ricordava ancora il Pissini. "Vannella Moriconi, donna molto avveduta e nobilissima, avendo a lungo sofferto di diabete ed essendo tormentata da una feroce bramosia di bere, mancandole infine le forze ma comunque senza febbre, anch'essa morì quasi senza avvedersene
Domitilla Arnolfini, giovinetta nobilissima, per quanto chiudesse la sua vita con febbre elevata, per parecchi mesi prima del rigoglio della sua vita, che era stata solita condurre in salute, non poté evitare di morire di diabete ". 
Il vercellese Marco Gattinara (1442-1496), molto stimato da Jacobus Sylvius (1478-1555), maestro di Vesalio, ed anche il chivassese Francesco Arma (1550), medico del duca Emanuele Filiberto, narrano invece di giovani diabetici guariti dopo alcuni mesi di sete infrenabile. In particolare, Arma vanta il suo successo su "
domino Joanne Maria de Contino" dopo "septem grana" di pepe (Bèttica-Giovannini). 
A torto poco citato, Ambroise Paré (1510-1590)] (Fig.3), il buon chirurgo non togato di quattro re di Francia, in un sobrio capitoletto afferma che il diabete è spesso preceduto da un "trop grand travail immodéré": lo stress moderno? Ma, sempre impegnato nelle campagne militari e nella cura delle ferite da archibugio, non pare che abbia osservato personalmente casi di diabete, pur essendo iperacuto curioso (Fig.4). 
Fig.3 - Ambroise Paré, quale appare nel frontespizio della sua "Opera", tradotta in italiano da Guillemeau nel 1586.
Fig.4 - Divagando da temi strettamente medico-chirurgici, il libro XXIII del Paré raccoglie rappresentazioni fantasiose di "monstra et prodigia" della natura.
Originale, infine l'opinione di Johann Baptista van Helmont (1578-1644) essere il diabete una malattia del sangue, che osservò talvolta lipemico. Van Helmont è riconosciuto quale primo misuratore del peso specifico nell'analisi dell'urina. 
Di Philippus Theophrastus Bombastus ab Hohenheim, dettosi Paracelso (1493- 1541) (Fig. a destra), con il quale dalla alchimia si passa alla iatrochimica, si dirà nel capitolo seguente.