STORIA DEL DIABETE - Dall'antichità al Medioevo

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Il termine greco diabetes compare nel III secolo avanti Cristo, usato da Apollonio di Menfi e da Demetrio di Apamea. Si cita il bizantino Celio Aureliano.
Per diabetes si intende generalmente passaggio attraverso il corpo di grande quantità d'acqua, emessa tal quale bevuta. Diabetes, in latino, è designato come sifone, tubo per il passaggio dell'acqua o del vino, da Junius Moderatus Columella, spagnolo, scrittore di agricoltura, nel 1° secolo dopo Cristo. Alcuni invece intendono, per diabetes, compasso o scala a gambe divaricate, con allusione evidente alla posizione dell'urinare.

 

 

 
La prima e completa descrizione del diabete è quella di Areteo di Cappadocia (Anatolia) (81-138) (
Fig.1), poco noto tra i contemporanei e vissuto a Roma, dove, di diabetici, deve avesse visti parecchi, certo più del supercitato Galeno di Pergamo (129-207). L'opera di Areteo, in dialetto ionico, fu tradotta per la prima volta in latino nel 1552 e stampata a Venezia, da Paolo Giunio Crasso di Padova.

 

 

Fig.1 - Una immagine rinascimentale di Areteo di cappadocia. Fu il maggiore rappresentante della scuola pneumatica (il "pneuma" o spirito vitale conserva la sanità) eclettica (scelta del solo buono).

Nella traduzione di Francesco Puccinotti (1794-1872), dice Areteo al capitolo II del Libro Secondo: "La malattia che porta il nome di Diabete, sebbene non molto frequente alla umana specie, è oltre modo sorprendente, per il fenomeno che in essa si effettua del disciogliersi in urine le carni e le membra dell'organismo. Riconosce una causa interna di freddo ed umido siccome l'idropisia; colla differenza che cotesta causa qui risiede solitamente ne' reni e nella vescica. Le urine non si rendono a intervalli; ma come se i canali non fossero spezzati, il profluvio è perenne. La genesi di questo morbo si opera lentamente, e lungo tempo impiega sempre nello sviluppo. Sviluppato però che sia perfettamente, abbrevia la vita dell'infermo, perché il discioglimento si opera con velocità, e repentina sopravviene la morte, e il diabetico mena una vita travagliosa e crucciata da spasmi. Inestinguibile è la sete; e sebbene si beva copiosamente, la quantità delle urine è sempre superiore della bevanda: e non v'ha diabetico che possa esimersi tanto dal bere, come dall'urinare. Che se per breve spazio di tempo si forzino taluni ad astenersene; gli si inaridisce la bocca, il corpo si dissecca, le viscere si sentono come bruciare, sono presi da fastidio, da titubanza, la sete ardentissima li tormenta, e non molto dopo sen moiono. In tal modo però potranno astenersi dall'urinare ? Qual verecondia sarà più potente del dolore? 
E così questi due fenomeni della sete, e del bere avvicendano, l'uno rinforzando l'altro. Cotesta esorbitante bevanda in alcuni non trapassa né poco né molto per urine, e vieppiù tormentati da una inestinguibile bramosia, dall'allargamento del liquido trangugiato, cotanta distensione patisce il ventre, che infine scoppia
". 

E' facile ravvisare in questa descrizione il quadro del diabete oggi chiamato di tipo 1, a decorso rapidamente fatale. E' verosimile che questo fosse il diabete identificato nell'antichità, seppur raro in quanto forse misconosciuto fra tante carestie e pestilenze. E' probabile che passasse pressoché inosservato il diabete oggi chiamato di tipo 2, proprio del patriziato obeso intento alla dolce vita romana. 
Rufo di Efeso (98?- 118?) chiama il diabete leiouria (diarrea urinaria) e corrente per tutto il Medioevo è il sinonimo dipsacos (dal greco dipsao = muoio di sete). Cioè la malattia della sete, simile a quella inestinguibile provocata dal morso della vipera Dipsade, e contro la quale valgono cataplasmi di melocotogne ai lombi. 
In quanto al trattamento, Aulo Cornelio Celso (25 avanti Cristo - 50 dopo Cristo) l'Ippocrate latino, consigliava - per bocca dei suoi dotti schiavi greci - l'esercizio fisico moderato, oltre ai purganti ripetuti o alle strofinazioni su tutto il corpo. 

Ezio di Amida (502-575) introdurrà in terapia l'oppio e Paolo di Egina (625-690) (Fig.2), il salasso. Alessandro di Tralles (525-605), più accomodante, offre ai diabetici una alimentazione copiosa e gradevole, con vino di rosa, vino dorato di Attica, miele rosato e idromele. 

Fig.2 - Paolo di Egina, cartaginese, riassume i precetti della Scuola Bizantina.


Ammiratissimo in Occidente, Avicenna (980-1037) (
Fig.3), che chiamerà il diabete aldulab: in arabo, ruota secchi d'acqua per le lavandaie (ruota del mulino). Non risulta - dal suo complicato "Canon Medicinae" - che Avicenna avesse notato il sapore mielato dell'urina diabetica, malgrado i verosimili contatti con la medicina estremo-orientale. Egli non fece che tramandare la tradizione greco-latina, attraverso le versioni ebraiche. A tal proposito, Rabbi Mosheh ben Maymon (Maimonide: 1135-1204) disse il diabete frequente in Egitto, a causa dell'acqua saponosa del Nilo. 

 

 

 

Fig.3- Abu Ali Husajn Ibn Sina, detto in Occidente Avicenna, in una raffigurazione moderna. Ammiratissimo in Oriente, chiamerà il diabete aldulab: in arabo, ruota dei secchi d'acqua per le lavandaie.
A questo punto non si può dimenticare la schiera dei maestri (tale era il titolo che si dava ai medici) Pietro Clerico, Petroncello, Bartolommeo, Matteo e Giovanni Plateario (marito di Trotula), Costantino Africano, Ursone, Mauro, della cosmopolita Scuola di Salerno, attiva fin dai tempi di Carlo Magno (820). Tutti trattavano l'eccesso di urina coi soliti elettuari, spesso a base di sangue di drago (una palma indiana), e anche con abbondanti sudorazioni su sedia traforata e surriscaldata da sottostante braciere. 

Fig.4 - Presso Bingen lungo il Reno: i luoghi di Hildegard.
La medicina monastica del Medioevo ci reca il nome di Hildegard, badessa di Bingenl (1098-1170), che possiamo riguardare quale prima diabetologa della storia. Nel suo monastero di Ruprechtsberg presso Bingen, sul Reno (Fig.4), essa scrisse ben 14 libri di medicina, tra i quali "Causae et Curae" di 47 malattie. Con felici intuizioni ("Il sangue è un trasportatore sia di veleni che di sostanze nutritive") e spunti psicologico-religiosi, Hildegard dedica molte pagine al diabete (sempre ovviamente ritenuto una malattia renale e vescicale) e alla sua cura dietetica. Questa deve evitare noci, aromi, e - fatto nuovo - i dolci. Purtroppo, sono ridotti i liquidi. Hildegard, non è da confondere con Santa Ildegarda, seconda moglie di Carlo Magno e vissuta 3 secoli prima (L. Franzì). 

Nasce nell'Antichità e si manterrà ben oltre il Medioevo lo scambio concettuale dei termini diabete e idropisia. Acqua sempre in eccesso, ma che non viene trattenuta e si riversa nell'orinale (ad matulam) nel primo caso (Fig.5a e 5b); rimane invece accumulata nel corpo, nel secondo. Sul probabile equivoco tra le due idropi è stato spesso erroneamente attribuito un diabete a personaggi storici illustri, come a San Francesco d'Assisi (1181 ?- 1226). L'idropisia è conosciuta perfino da Dante (1265-1321), non per nulla iscritto - a suo tempo - nell'Arte fiorentina "de' medici e degli speziali ", e che però - nel XXX dell'Inferno - ci lascia perplessi con la terzina:

"... faceva lui tener le labbra aperte
come l'etico fa, che per la sete 
l'un verso il mento e l'altro in su rinverte"

 

Fig.5a - La matula era portata da un fanciullo, come nella celeberrima incisione "Fasciculo de Medicina.

Fig.5b - Nel Rinascimento, il rituale dell'uroscopia trova illustrazione e compendio nel "De Urinis" di Johannes Actuario (1548).