STORIA DEL DIABETE - L'urina dolce

Indice Storia

Né dal codice di Hammurabi né dalle superstiti tavolette del "Trattato di diagnosi e prognosi" (XVIII secolo avanti Cristo) si ricavano prove circa le affermazioni di seconda mano medica che i Sumeri e i Babilonesi avessero osservato che le urine di certi individui attiravano particolarmente le api e le mosche. 

 

 

L'antica medicina indiana, invece, sicuramente fonda la tradizione dell'urina dolce (madhumeda), tra le venti diverse malattie dell'eliminazione urinaria, dette complessivamente prameha. In proposito, la letteratura medica sanscrita si estende da tempi imprecisati del periodo brahmanico, in successivi e continui rimaneggiamenti, fino a oltre il II-VII secolo dopo Cristo, con le sostanzialmente coeve "Charaka Sahmita" (raccolta di Charaka) e "Susruta Sahmita" (raccolta di Susruta) (Fig.1).

 

 

Fig.1 - Brani di Charaka (119) e di Susruta (122) nel quale si parla del diabete e della sua cura (Da Ramachandra Chakraberty, Calcutta, 1923

Queste carte parlano, riferendosi a individui con flaccidità della carne, sensazione di dolce in bocca, secchezza in gola, di flusso di urina dolce come zucchero di canna (iksumeha) e di flusso di urina dolce come il miele (madhumeha: si intende generalmente con madhura la sostanza zuccherina); l'assaggio dell'urina è infatti pratica medica raccomandata. Si nota ancora che l'urina nel vaso e il corpo del paziente stesso attraggono le grosse formiche nere e le mosche. E nel "Canidana" (altro libro medico) è confermato che questi insetti sono straordinariamente propensi al dolce.

Poiché questi tipi di prameha sono associati alla hastimeha, cioè all'eccesso di urina limpida (come nell'elefante in calore) e alla sete, c'è da supporre che si fosse identificata la specifica malattia chiamata poi diabete. In questa, pare sia stata anche riportata una grande sonnolenza con alito di frutta marcia e una urina acida come di liquido fermentato (surameha): sintomi oggi suggestivi del coma diabetico chetosico. 
Scorrendo ancora le traduzioni di Charaka e di Susruta, si apprende anche che al diabetico grasso si raccomandava apatarpana (esercizio e digiuno). 
Così anche i libri di Vagbhata ("Ashtangarhadaya" e "Rasaratnasamuccaya"), fra il VII e il IX secolo. 

Dalle filologicamente incerte fonti cinesi e giapponesi (Chen-Chuan nel 643 dopo Cristo, ma già Chan-Chung-Ching, l'Ippocrate cinese, attorno al 200), si potrebbe ancora trarre notizia di una urina dolce che attira i cani, tra i sintomi del Xiao-Ke o sete che effonde in urina. Ed è stabilito che il medico cinese - sulla base dell'antichissimo sistema Yin-Yang, al quale è ricondotto anche il diabete- si deve interessare dell'urina, quale fuoriuscita dello Yin. Ma problemi linguistici ed epistemologici rendono difficile la trasposizione della terminologia occidentale alla tradizione cinese, tuttora attiva (Fig.2). Sul diabete, sintomi e terapia, esiste comunque una trattazione di Zhen-Li-Yang del 600 avanti Cristo, recentemente ripresa (Fig.3).

Fig.2 -Ricetta del 1979 per un diabetico insulino-dipendente durante un viaggio in Cina. Accanto all'insulina, sono stati prescritti alcuni sacchetti di frammenti lignei profumati da usare in decozione. Fig.3 - Da "Effective Racipes of the Past and Present" (Jiang Kobe, 1982): c16=urina dolce: b10,11,12=grande sete.

 

Questi rilievi della medicina orientale non si sono trasmessi alla medicina greco- latina e da questa alla medicina araba e occidentale, anche se i Greci ben conoscevano lo zucchero, che nelle prescrizioni mediche chiamavano sale indiano, a riprova che il pensiero induista certo aveva influenzato i tempi di Ippocrate (400 avanti Cristo). Per quanto riguarda la medicina islamica, da Bagdad a Cordoba, è provato che nella monografia sul diabete di Abd Al Latif Al Bagdadi (1162-1231) non si precisa un sapore dolce dell'urina. Ciò che era stato erroneamente affermato in una traduzione francese del tunisino Dinguizli (1913), il quale aveva disinvoltamente interpretato l'espressione "odore dell'urina che tende al dolciastro" (Schadewaldt). 

Tra gli arabi, cultori della chimica, ma seguaci di Ippocrate, neppure il molto citato Abu Bakr El Rhaziz (859-923) dice qualcosa in proposito. (Fig.4)
Ma l'arbitraria interpolazione di una malattia del miele troverà, nella antica leggenda del paese delle spezie, ragione di persistere fino ai giorni nostri.

Fig.4 - Raffigurazione di Rhaziz nel suo laboratorio chimico (Mahmud Sadky - Bey, 1938).