LA BIBLIOTECA - pag.4

Il Rinascimento degli alchimisti eruditi e bizzarri, seguaci della "ars magna" alla Raimondo Lullo, segna un approccio nuovo allo studio descrittivo del diabete con Philippus Theophrastus Bombastus ab Hohenheim, detto "ab Atheniensibus" Paracelsus. Una rara prima edizione del "Compendium Philosophiae et Medicinae" (1567) č illustrata dal primo ritratto dell'aureolato quarantasettenne: "faciem gravem, cum fronte alta, sincipite calvo, mediocri capillo...", come pure dall'epitaffio di Salzburg (1541), che reca - tra i trascorsi preminenti studi - anche "hydropisim".

E' noto che Paracelso ha per primo ottenuto - mediante evaporazione per ebollizione dell'urina diabetica - un "sale" ("trockenes Salz") che avrebbe aderito in forma di cristalli ai reni, come il tartaro alla botte del vino. Nello sconvolgente "Liber Paramirum" (prima traduzione francese dell'edizione tedesca del 1562 e latina del 1603: Grillot de Givry, 1914) č ravvisato un inquadramento della "diabetica passio" fra "les matadies provenant du Tartre" ("De origine morborum ex tartaro in genere").

Tra astrusitą quali "virtus arcani" e "artes spagyricae", dunque, l'idea che il diabete possa - in certo qual modo - essere una malattia generale che si manifesta con una alterazione della secrezione urinaria. Purtroppo, perņ, nč il "suffumigium argenti vivi", nč l’"unguentum mercuriale" nč il "balsamum Antimonii", dei quali si discute piacevolmente nel "De vita nova", trovano indicazione per i diabetici.

Ma il saggio Paracelso rispetta sempre la natura medicatrice: che egli chiama "archeus".